In edicola

Il Blog

Brunetta II meglio del primo

ministroBrunettaBrunetta zuzzerellone. Una battuta via l’altra, il ministro s’aggiudica una ribalta non sua, punzecchia Tremonti e lancia una lunghissima campagna elettorale per Venezia.

Sullo sfondo, i giovani. Dopo averli bacchettati domenica scorsa, riesumando l’epiteto bamboccionico di Padoa Schioppa, ora Brunetta propone un assegno per l’autonomia, 500 euro al mese come sostegno a chi lascia la casa paterna. E i soldi? Semplice per Brunetta: li prendiamo dalle pensioni. Cosa che ha fatto gridare leopposizioni allo scandalo della guerra fra poveri.

Lo scandalo vero è procedere per boutade su un terreno di mese in mese più drammatico, con l’ingrossarsi delle schiere dei neolaureati disoccupati.

E se il Brunetta I è davvero irricevibile dai giovani italiani, sul secondo forse una riflessione va fatta. Perché siamo l’Italia delle laute pensioni dei padri (come ha ricordato di recente Boeri) e il vuoto di futuro dei figli, e non solo in senso previdenziale.

L’idea del bonus non è peregrina né del tutto originale: Massimo Livi Bacci, nel suo Avanti giovani alla riscossa, propone una dote statale alla nascita di ogni bambino, da spendere in formazione/autonomia dopo i 20 anni.

Soluzioni che però continuano a dimenticare l’aspetto de lavoro:  se si continua a prospettare a un laureato 2/3 anno di stage non remunerati e poi, dai 30 anni, una infinita gavetta a  1000 euro, non c’è bonus che possa tenere.

E perché nessuno parla più di imprenditoria giovanile? Una no tax area di 3 anni, per le startup di neolaureati potrebbe essere un sostegno intelligente alla creatività e al bisogno di autonomia.

Data: 25 gennaio 2010

Dinosauri vs Talenti

dinosauriTorneremmo, ma via i dinosauri“. E’ questo l’incipit della missiva inviata al capo dello Stato da 16 professionisti italiani, tra i 28 e i 40 anni, emigrati all’estero per lavoro. Una lettera pubblicata da Repubblica in risposta alla provocazione di papà Celli, all’interno del dibattito scaturito in questi giorni.

Declino, parentele, baroni, passato, diritti acquisiti, privilegi, interessi, illegalità sono alcune delle parole con le quali i talenti in fuga identificano l’Italia di oggi. Tra i motivi denunciati per cui non tornerebbero in patria spicca il nepotismo, ma amettono che farebbero retromarcia a condizione di un cambiamento profondo che ammazzerebbe per prima la convinzione che la via furba è quella giusta per raggiungere i propri obiettivi. Una svolta che vedrebbe protagonisti valori quali onestà e legalità, talento e trasparenza, meritocrazia e moralità, giustizia e uguaglianza sociale.

L’aspetto positivo di tutta la faccenda è che almeno giornali e tv riparlino di giovani e lavoro, in attesa che lo faccia anche il Governo, riaccendendo i riflettori su questa tematica.

Sarebbe bello che questo Natale molti ragazzi – lavoratori trovassero sotto l’albero un contratto e magari risposte positive a domande come: “l’estero oggi è solo una fuga o una delle tante possibilità tra cui scegliere?” “In un paese precario, è ancora possibile recuperare l’orgoglio nazionale o emigrare rimane l’unica soluzione? Rimanere in Italia significa subire o è possibile cambiare? Le opportunità in Italia sono una questione di classe sociale o dipendono dal merito?

Spingere i talenti all’estero non è come portare via capitali, sottraendo ricchezza al paese? Fuggire è davvero l’unica soluzione nella speranza che qualche ‘papi’ lasci la poltrona?
Ne parliamo anche qui

Data: 5 dicembre 2009

Dov’era Celli?

celli02

“Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo”. Comincia così la lettera di Pierluigi Celli, direttore generale Luiss, al figlio e pubblicata da Repubblica. Una missiva, anzi un’invettiva sul Paese che non ha da offrire niente ai giovani di oggi. “È per questo che ti parlo con amarezza”, scrive Celli, ” pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio”. Celli motiva e ampiamente le ragioni del suo consiglio.  Sono le stesse che scriviamo da un po’ dalle colonne di Campus. Viva Celli, dunque?
No. Perché Celli non ha purtroppo i titoli per lanciare questi j’accuse.  Lo ricorda la firma in calce al pezzo e la qualifica sottostante (”già direttore generale della Rai“) che non abilita certo il direttore della Luiss all’utilizzo di questi toni.
Può infatti chi ha speso una vita dentro il sistema e ai più alti livelli, chiamarsene improvvisamente fuori?
Dov’era Celli quando in Italia si costruiva tutto questo? Quante volte ha detto “non ci sto”? Cos’ha fatto, concretamente, per sottrarsi, anche lui, alla costruzione di un’Italia chiusa ai giovani come quella che vediamo, in cui il merito è solo una parola buona a farsi pubblicità e in cui il futuro di tanti è appeso a un filo?

Data: 30 novembre 2009

Coppola: Italia… patrigna

Francis Ford CoppolaSiamo un paese in cui i padri divorano i figli. Parola di regista e che regista. L’ italo-americano, Francis Ford Coppola, al Torino Film Festival per presentare l’ultima fatica cinematografica Tetro, ha parlato del nostro paese al quotidiano La Stampa: “Amo l’Italia ma mi rende triste. Non offre opportunità ai giovani. In giro per il mondo, persino in Messico o Guatemala, trovi ragazzi italiani che cercano occasioni di lavoro. Per avere un futuro ci vogliono buoni genitori alle spalle. I padri italiani, invece, sono come quelli dei miei film, vogliono tutto per se stessi, i soldi, le ragazze, il centro dell’attenzione. Sono addirittura capaci di rubare la fidanzata ai figli, come in Tetro” .

Affermazioni, quelle del regista del Padrino che fanno sobbalzare, se non altro per l’inconscia punta di orgoglio nazionale che è ancora viva in ognuno di noi, ma anche parole che fanno riflettere e pensare in modo istintivo alle tipologie di ‘padri’ nell’ Italia contemporanea.

I padri ‘di sangue’ che fanno di tutto per tenere le cose in famiglia e tramandare la loro ‘proprietà’ al figlio, padri per i quali non c’è spazio per i figli altrui, anche se bravi e talentuosi. La discriminante non è il merito, ma lo è il far parte del circolo dei parenti o degli amici stretti.

Poi ci sono i padri intesi come i maestri professionali, i ‘capoccia delle imprese’, i politici e i dirigenti, quelli che decidono a chi assegnare il posto in azienda, su quali persone puntare e a quali dare spazio, quelli che possono decidere se investire sui giovani e su quali, se allevarli, o spremerli con stage o contratti a progetto poco lungimiranti.

Le loro scelte sono attutite da altri padri ancora, i padri di famiglia che hanno fatto di tutto per assicurare ai figli l’ avvenire migliore e che si trovano a pagare le spese straordinarie dei loro stessi ‘bambini’ laureati, giovani, precari e insicuri con retribuzioni minime, che poi sono quelli che il ministro Padoa Schioppa aveva definito i bamboccioni.

Data: 20 novembre 2009

Per sempre giovani?

meloni

“Per sempre giovani”, cantava in un vecchissimo disco (Ullalla, 1976) l’intramontabile Antonello Venditti.

Potrebbe essere la colonna sonora di Young Blood, l’iniziativa di Next Exit, sponsorizzata dal ministro della Gioventù, Giorgia Meloni.

Young blood ha realizzato un annuario dei giovani talenti della moda e del design che si sono fatti valere nel mondo. Con un piccolo neo:un terzo dei creativi premiati, come avvertono le cronache, ha più di 35 anni. Nelle foto pubblicate si vede pure un fotografo di 39.

Ora, siamo i primi, a Campus, a dire che l’Italia non è un paese per giovani,  che l’ascensore sociale s’è rotto e tutto quello che ne consegue, però se consideriamo giovani gli over 35 non ne usciamo più…

Anche la Meloni – di cui siamo fan personali, per quanto di buono sta costruendo – sbaglia quando avalla questa idea o, almeno, non ne sottolinea il limite.

Siamo il Paese dove, seguendo il tg, si può sentire dare del “giovane” o, peggio, del “ragazzo” – come scrisse l’Unità della Serracchiani, avvocato 39nne – a chi vede da vicino i quaranta.

E la fine del dinamismo sociale nel nostro Paese, il pregiudizio “bamboccioni”, è figlia anche di questa mentalità.

Per la cronaca, il nostro ministero del Lavoro considera giovane “la persona di età compresa fra i 19 e i 25 anni, oppure fino a 29 se laureata”.

Data: 5 novembre 2009

Dagli addosso al né-né

nene.jpg

Il Rapporto Giovani (dell’omonimo Dipartimento dell’omonimo Ministero) ha lanciato il sasso in uno stagno melmoso: 700 giovani, fra 15 e 35 anni (giovani di 35 anni?) non studiano né lavorano. Deliberatamente.

Il Corriere della Sera, ieri, ha dato spazio alla notizia e le grida si sono levate altissime.

Vagabondi, fannulloni, mangiapane a ufo, bamboccioni sono stati gli epiteti migliori. Sulla graticola è finita anche l’università, accusata in qualche modo di esaltare eccessivamente le aspettative di una generazione.

Per contro, c’è chi la mena col precariato e con lo sfruttamento, dicendo: “I né-né” hanno ragione.

Chi ha torto? Chi ha ragione?

Queste statistiche (elaborate dal Dipartimento di studi sociali de La Sapienza)  sono affidabili? O c’è da evocare il solito Trilussa, buonanima, con la famosa invettiva sugli italiani che mangiano un pollo a testa?

Personalmente sono un po’ scettico: in vita mia ne ho conosciute di persone giovani che non studiavano né lavoravano ma, dieci volte su dieci, rivelavano fragilità, depressioni, spesso malattie vere e proprie. Anche quando erano mascherate da scelte consapevoli.

Data: 17 luglio 2009

Debora, “ragazza” di 39 anni

deborah.jpg“Questa ragazza ha battuto Berlusconi”, titolava, a due giorni dal voto, l’Unità, proponendo l’exploit di Debora Serracchiani nella circoscrizione Nord-Est, dove l’esponente pd ha raccolto un mare di preferenze e, nel Friuli, ha sopravanzato il presidente del Consiglio.

Non vogliamo parlare di politica, né commentare i flussi elettorali, europeei ed amministrativi dello scorso week-end. Non vogliamo chiosare su chi ha vinto e chi ha perso.

Usiamo questo titolo del giornale fondato da Antonio Gramsci per riflettere, ancora una volta, su come la questione giovanile sia davvero incistata in questa Italia.

Il fatto che una persona di quasi quarant’anni, che fa l’avvocato da anni,  sia infatti considerata una “ragazza” dimostra, in modo inequivocabile, come il pregiudizio bamboccionico – quello che rese celebre Padoa-Schioppa, per il quale i giovani amerebbero la sicurezza della casa familiare, non avendo il coraggio di affrontare la vita – sia vivo, vivissimo.

I giovani italiani, che si sentono legittimamente, esclusi dalla vita civile – nel senso che la società del Bel Paese gli si è chiusa contro, lasciandogli solo le briciole – sappiano che qui continua a tirare una brutta aria.

E a Debora Serracchiani rivolgiamo un modesto appello: oltre a inserire la questione giovanile nella sua agende politica a Strasburgo, si ribelli quando la si etichetta come “ragazza”. Sappia che, più o meno incosciamente, stanno fregando tutti i giovani d’Italia. E forse anche lei.

Data: 11 giugno 2009

Francilla. Nuova leva, cognome vecchio

 ronchi.jpg

La chiamano Francilla e anima una trasmissione sulle web celebrity che va in onda la domenica sul digitale terrestre Rai, Rai4.

“Sono anche la conduttrice, o meglio la condottiera in questo viaggio dentro il web”, racconta a Panorama. Guja Visigalli, che firma il pezzo, ricorda che Francilla ha una laurea in antropologia culturale, 27 anni, e che è “da anni dietro le quinte dei programmi tv”.

Francilla è una tosta. Racconta: “Con Carlo Freccero, la prima volta, ci siamo mandati a quel paese, eravamo tutti e due prevenuti, ma alla fine ci siamo amati”.

Ha iniziato a lavorare presto, quindi non proprio una bambocciona, adora scrivere, ha sempre tante idee ma deve “anche superare la diffidenza”. Come mai? “Perché mio padre, Andrea, è un politico”.

Più precisamente, Francesca Romana Ronchi, detta Francilla, è figlia del portavoce di An.

Vabbè.

Data: 17 marzo 2009

I soliti noti

styleweb.JPG

Oddio! Il patinatissimo magazine del più importante quotidiano italiano mette in copertina tre giovani, neppure trentenni, che hanno un’idea imprenditoriale (una galleria d’arte a Milano). Titolo: “Ragazzi con una buona idea”.

Che succede? Il mondo alla rovescia? L’esplosione del merito in Italia? La fine delle gerontocrazie dominanti? La rivoluzione generazionale? La fine del pregiudizio bamboccionico?

Basta leggere bene, per tranquillizzarsi: i nostri tre sono Nicolò Cardi, figlio di un grande gallerista; Martina Mondadori, dell’omonima dinastia di editori e Barbara Berlusconi, il cui padre fa di mestiere il presidente del Consiglio.

Vabbe.

Data: 28 febbraio 2009

Giovani e politica, qualcosa è cambiato?

renzi.gifI quotidiani di ieri, complice la crisi post-Soru e Sardegna del Partito Democratico di Veltroni, hanno scoperto Matteo Renzi, il 34enne che ha vinto le primarie dello stesso partito a Firenze.

Campus l’aveva messo in copertina nel 2006, prendendolo a campione del 30 power , un’ipotetica generazione di trentenni che ci auguravamo potesse scardinare l’Italia (leggi qui l’intervista).

Laureato in Giurisprudenza con una tesi su Giorgio La Pira, una lunga esperienza nello scoutismo, tre figli, Renzi ha sbaragliato la concorrenza, ottenendo oltre il 40 per cento dei consensi. Potrebbe diventare a breve uno dei più giovani sindaci della sua città e d’Italia.

La sua campagna elettorale, dicono gli osservatori, è stata travolgente e originale: parlando con la gente per strada ma anche tirando le fila di una rete di 4.999 amici su Facebook (in cui 5mila è il limite massimo).

Comunque la si pensi, un segnale confortante nell’Italia della stagnazione sociale.

Data: 18 febbraio 2009

L’Italia dei “figli di”

borrelli.jpeg

La notizia è dei giorni scorsi. Il giudice Andrea Borrelli, del Tribunale civile di Milano, ha condannato l’amministrazione penitenziaria a risarcire la famiglia di un detenuto che si era suicidato in carcere.

Più che per il fatto in sé – lo Stato condannato – la notizia ha fatto clamore perché Andrea è il figlio di Francesco Saverio, iniziatore di Tangentopoli e fiero protagonista di una stagione antiberlusconiana (ricordate il famoso “Resistere, resistere, resistere”?).

Una storia che può essere presa a paradigma di un certo pensiero dominante sull’università. Perché? Perché nessuno ha assolutamente battuto ciglio sul fatto che il figlio dell’ex procuratore generale di Milano fosse anch’egli giudice e per di più nel Tribunale milanese.

Al contrario, quando si parla di un qualsiasi figlio di docente, soprattutto se insegna nell0 stesso ateneo – non dico nella stessa facoltà – si può leggere, e non solo tra le righe, una sottile nota di civico disprezzo, quello con cui si trattano i comportamenti moralmente condannabili.

Insomma, Gian Antonio Stella, scagliando invettive contro l’elezione di Luigi Frati alla Sapienza, aveva ricordato come il magnifico rettore avesse moglie e figli in cattedra, proprio a Medicina. “Una sconfitta per l’università”, aveva detto proprio a Campus.

Ma perché per la consorte o i figli di Frati deve valere questa presunzione di consapevolezza – cioè che siano finiti in cattedra grazie al marito-padre – non sfiora nessuno nel caso di Andrea Borrelli il quale, magistrato stimatissimo, a giudicare dall’età ha vinto il concorso in magistratura mentre il padre era ancora in carica? Anzi, era il magistrato più importante d’Italia.

E, a voler guardar bene, c’è anche un’altra considerazione che suscita il caso Borrelli junior.

Continuiamo ad essere il paese dove i figli dei giudici fanno i giudici, quelli degli avvocati gli avvocati, quelli dei professori, dei giornalisti, degli architetti, dei politici eccetera eccetera, idem.

Continuiamo ad essere una società che dire bloccata è dir poco.

Il tutto mentre ci addentriamo, passo dopo passo, in una crisi economica senza precedenti affrontata con piani di intervento per auto, banche, arredi, agricoltura, ma dove non si parla affatto di cosa fare per chi sta uscendo dall’università.

Tra breve, non saremo in grado di offrire a questi ragazzi neppure gli stage a poche centinaia di euro.

Magari, almeno, smetteremo di chiamarli Bamboccioni.

Data: 13 febbraio 2009

Non è un paese per giovani

Massimo Livi Bacci - “Avanti giovani, alla riscossa”

“Il censimento del 1911 ci dice (…) che allora avevano meno di 30 anni il 10 per cento dei medici, il 19 per cento degli ingegneri e degli architetti, il 21 per cento degli avvocati, il 22 per cento del clero”.

Così Massimo Livi Bacci, demografo, docente universitario e senatore della repubblica, nel suo recente saggio Avanti giovani alla riscossa, edito da Il Mulino in questi giorni.

Sapete cosa era accaduto 80 anni dopo, nel censimento del 1999? Medici, 2,9 su 100, ingegneri e architetti, 9,1; avvocati a quota 7,4 e sacerdoti a 4,2.
Aspettiamo con tremore il prossimo censimento. Potremmo scoprire qualche professione allo zero virgola.

Una situazione drammatica. Dite la vostra, i vostri commenti saranno pubblicati anche su Campus magazine.

Data: 10 ottobre 2008
Campus
© 2010 Campus. Riproduzione riservata