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La foto di AlmaLaurea

di Claudia Cervini

almalaurea_questionario1AlmaLaurea dà i suoi numeri su laureati e mondo del lavoro. Il XIII Rapporto del Consorzio pubblico che rappresenta 62 università e il 77 per cento dei laureati del Belpaese e che ha indagato una popolazione di 191.358 ex studenti usciti dall’università nel 2010 punta i riflettori sul contesto di riferimento: tra neododottori pari soltanto al 20 per cento della popolazione (percentuale ben lontana dalla media dei Paesi Oced che viaggiano sul 35 per cento e lontana anche dalla meta del 40 per cento stabilita dalla Commissione europea entro il 2020), immatricolazioni in calo del 13 per cento negli ultimi sette anni e un’occupazione che, nonostante tutto, non si decide a ripartire.

Alcuni segnali positivi ci sono: crescono gli studenti-lavoratori (dieci laureati su cento hanno lavorato stabilmente durante gli studi) e le esperienze di studio e lavoro all’estero durante il percorso universitario (20 per cento tra gli specioalistici) e si accorciano i tempi del conseguimento del titolo: 39 laureati su 100 concludono il percorso nei tempi previsti.

L’indagine occupazionale di AlmaLaurea, che ha coinvolto invece 400mila laureati, non ha rivelato belle sorprese: la disoccupazione tra i laureati triennali a un anno dal titolo è al 16 per cento (di un punto percentuale superiore all’anno precedente), mentre tra gli specialistici è al 18 per cento, divario dovuto soprattutto alle numerose attività di formazione retribuita (praticantati, tirocioni e dottorati) che coinvolgono soprattutto i laureati +2.

Il settore che paga di più è, neanche a dirlo, quello medico: a tre anni dal titolo il 97,2 per cento dei laureati in Medicina e Professioni sanitarie lavora, all’estremo opposto troviamo invece il gruppo geo-biologico con solo il 47 per cento degli occupati. Altro fanalino di coda il settore chimico-farmaceutico  con il 48,5 per cento degli occupati, mentre bene il gruppo economico-statistico (85,8 per cento) e architettura (85,8 per cento). Ingegneria si trova invece soltanto al quarto posto con l’84,7 per cento.

Data: 1 giugno 2011

Milleuristi sì, bamboccioni no grazie

di Claudia Cervini

bamboccioniSi torna a parlare di bamboccioni, termine come si ricorderà coniato dall’ex-ministro Tommaso Padoa Schioppa, per indicare i giovani non più tanto giovani che vivevano ancora con mamma e papà. Il neologismo, con connotazione negativa era, già allora, ingeneroso nei confronti di tanti under 30 che, già alle prese con stage, tirocini, contrattini e magri rimborsi non riuscivano proprio a uscire dal nido familiare.

Oggi i “bamboccioni” d’Italia sono più di 7 milioni, secondo una stima Cgil-Sunia (sindacato degli inquilini) che indaga le ragioni della condizione, ormai non più transitoria (il 40 per cento ha più di 25 anni e il 50 per cento ha un lavoro, anche se precario) – e scagiona una volta per tutte i giovani del Belpaese impossibilitati ad andare a vivere da soli, a costruirsi una vita e un’indipendenza economica visti i contratti e gli stipendi che percepiscono.

Meno di mille euro al mese il reddito percepito dal 60 per cento dei giovani fino a 35 anni, non sufficiente per pagare un affitto che, sempre secondo il sindacato, supera di poco i mille euro per quanto riguarda i nuovi contratti nelle grandi città.

Interessanti sono le voci del migliaio di giovani intervistati dai sindacati: l’ 83% dichiara che vorrebbe vivere fuori dalla casa dei genitori, per avere “indipendenza economica” (47%), “sposarsi” (18%), “misurarsi da soli con la vita” (15%). Una percentuale altina che sfata lo stereotipo dell’italiano mammone e sfaticato.

Anche l’Università Cattolica di Milano, come ricordato nel rapporto, ha svolto uno studio sulla generazione dei “milleuristi” affermando che “nei prossimi anni ci saranno in Italia 13-15 milioni di famiglie con un reddito mensile intorno ai 1.500 euro al mese” composte da pensionati, ma soprattutto da giovani. Quale generazione mille euro, dunque? Bisognerà forse coniare un nuovo termine rbassato di qualche centinaio di euro…

Data: 30 maggio 2011

“E se domani”… Giovani precari crescono

di Claudia Cervini

studenti1La fotografia arcigna scattata dall’Istat qualche giorno fa (di cui abbiamo dato notizia qui) sulla disoccupazione giovanile, la manifestazione di protesta spagnola degli “Indignados” – giovani che chiedono un futuro “digno” – le parole di Papa Benedetto XVI: “il lavoro intermittente compromette il futuro dei giovani”, pronunciate ieri in Santa Maria Maggiore in occasione del rosario per il 150ario dell’Italia, puntano, finalmente, tanti riflettori sulla questione giovanile nel Belpaese.

Tanto che ieri in prima serata su Rai 2, ad Anno Zero – nonostante il sommario forviante della trasimissione E se domani… Cosa accadrà dopo i ballottaggi – si è parlato (quasi esclusivamente) di occupazione, precariato, flessibilità, sfruttamento, insomma, di questione giovanile. Una fotografia dell’Italia difficilmente contestabile, realizzata anche attraverso collegamenti con le piazze zeppe di giovani precari in protesta, da piazzale Aldo Moro a Roma (sede del Cnr) a Puerta del Sol a Madrid, dove la fiumana radunatasi anche nelle piazze limitrofe parla, per voce di alcuni manifestanti, di “crisi ideologica e non economica del Paese”.

In studio c’è chi parla di “precarietà che rimbalza dal mercato del lavoro al mercato della vita“, come fa Nichi Vendola, chi parla, come fa invece Bruno Tabacci di “rottura dell’ascensore sociale” aggiungendo che “senza crescita si rompe il futuro” e chi come Maurizio Lupi riconosce questa “innegabile” parte consistente dell’Italia, affermandoche però non è l’unica. Lupi afferma inoltre che a fronte della drammaticità dei dati Istat ci sono posti di lavoro inevasi: “le imprese di Confartigianato chiedono manodopera che non arriva; in Italia esiste un problema educativo prima che occupazionale, una mentalità che spinge a rifiutare lavori manuali, considerati umili e quindi rifiutati. La legge non stabilisce il lavoro a tempo indeterminato“, continua Lupi, “è l’incontro tra domanda e offerta, tra imprenditori e lavoratori che determina il lavoro e il contratto”, che però andrebbe tutelato dalla legge, come aggiunge Michele Santoro: “ci sono tanti comparti del sistema economico-sociale del nostro Paese che senza questi precari non funzionerebbero (20mila precari tra i vigili del fuoco, tanto per fare un esempio) e quindi bisogna anche chiamere le cose con il loro nome: sfruttamento“.

In piazzale Aldo Moro infatti ci sono anche medici, vigili del fuoco e non solo quel pezzo d’Italia che viene abitualmente riconosciuta in situazione di precariato, per esempio quella dell’università e della ricerca.

Insomma una fotografia che spazia da Napoli e Genova, con Fincantieri che chiude due stabilimenti, a Roma con Teleperformance, colosso dei call-center che licenzierà nella sede di Fiumicino 300 persone e 1.400 operatori in tutta Italia assunti quattro anni fa a tempo indeterminato, offrendo alle nuove leve un contratto a progetto a tre euro l’ora. Insomma, tra questi non ci sono soltanto giovani, ma ci sono anche loro. E soprattutto sono loro in piazza a Roma, a Puerta del Sol e in altre piazze italiane e mediterranee. Nel bene o nel male, finalmente ora si parla di emergenza giovanile. Se ne è parlato a Siracusa all’Assise nazionale giovani e futuro, organizzato dall’organizzazione non profit Junior Achievement, se ne parla ora in prima serata tv. Forse un primo passo…

Data: 27 maggio 2011

Under 30: 500mila disoccupati in più

di Claudia Cervini

Disoccupazione-giovanile-in-salitaL’Istat presenta a Montecitorio, per voce del presidente dell’Istituto Enrico Giovannini, il nuovo rapporto annuale e lancia un nuovo allarme disoccupazione. 532mila occupati in meno nel 2009/2010 rispetto al biennio precedente. A fare le spese della crisi sono soprattutto i giovani under 30 tra i quali si registrano 501mila occupati in meno nel biennio citato, mentre tra gli over 50 si è registrato addirittura un incremento occupazionale con 291mila unità in più al lavoro (+ 5 per cento): uno scontro generazionale in piena regola che vede i giovani soccombere. In mezzo ai due estremi ci sono gli over 30 anch’essi vittime della crisi con 322mila unità lavorative in meno.

Anche la scuola fa le spese della crisi, o meglio, le fanno i ragazzi che la abbandonano: saliti al 19 per cento nel 2010 (22 per cento uomini e 15,4 per cento donne). Numeri ben lontani da quelli fissati dal piano per lo sviluppo e l’occupazione dell’Ue che mette una sbarra al 1o per cento. Sono tanti anche i giovani tra i 20  e i 24 anni che hanno abbandonato gli studi senza un diploma si scuola superiore sono il 14,4 per cento, stando alla media europea.

Affrontando gli effetti sociali della crisi appena trascorsa, Giovannini ha commentato: “I giovani e le donne hanno pagato in misura più elevata la crisi, con prospettive sempre più incerte di rientro sul mercato del lavoro, le quali ampliano ulteriormente il divario tra le loro aspirazioni, testimoniate da un più alto livello di istruzione, e le opportunità. Una quota”, continua, “sempre più alta di giovani scivola, non solo nel Mezzogiorno, verso l’inattività prolungata, vissuta il più delle volte nella famiglia di origine, e verso bassi livelli di integrazione sociale, soprattutto per quelli appartenenti alle classi sociali meno agiate”.

Di nuovo un allarme giovani, dunque, in particolare un allarme occupazione che potrebbe essere suonato troppo tardi se l’inattività giovanile si dovesse trasformare in una forma di disoccupazione strutturale.

Data: 24 maggio 2011

Bruschi: “L’università non è un parcheggio”

di Claudia Cervini

Max Bruschi“L’università non è un parcheggio, per lo più costoso…”, ha affermato Max Bruschi, consigliere del ministro Gelmini, raccontando a Campus la sua idea di istruzione e formazione.

“Bisognerebbe sostanziare il titolo di studio, distinguendo tra chi studia seriamente e chi, diciamo,  sta in università.  Se noi estirpassimo l’anomalia tutta italiana dei fuori corso le università funzionerebbero meglio e ci sarebbero più opportunità di lavoro per i neolaureati.  Naturalmente non mi riferisco agli studenti-lavoratori, ma a chi si iscrive in ateneo quasi per ritardare l’ingresso nel mondo del lavoro. Inoltre il fuori corso è un grosso costo per la comunità“.

Difficile però distinguere tra chi è in ritardo sul piano di studi perché lavora, ha problemi di salute, perché ha difficoltà a superare alcuni esami complessi e chi invece sta sui banchi universitari senza un reale obiettivo. Parole forti, dunque, quelle del consigliere, che tocca un altro nodo del sistema: il mismatch tra la domanda specializzata di lavoro e l’offerta.

“La prepareazione al mondo del lavoro, oggi  più che mai, è fornita dal sistema scuola-fondazioni-università. Manca in toto una formazione professionalizzante; fatto che incrementa la disoccupazione. Stiamo cercando di lavorare in questa direzione”.

Data: 23 maggio 2011

Università: Censis a tinte fosche

di Claudia Cervini

studenti1La laurea ormai paga poco. I dati Censis sul titolo in Italia confermano le difficoltà dei neodottori a inserirsi nel mercato del lavoro che vengono superati non solo dai colleghi europei, ma anche dai diplomati del Belpaese che hanno un tasso di occupazione pari al 69, 5 per cento contro il più misero 66,9 per cento registrato dai laureati tra i 25 e i 34 anni.

La media europea è invece dell‘84 per cento con alcuni Paesi come Francia, Gran Bretagna e Germania che hanno un’occupazione di quasi quattro punti superiore alla media.

Il dato peggiore è tutto interno e riguarda il decremento del tasso di occupazione passato dal 71,3 per cento del 2007 al 66,9 del 2010.

E di certo non è colpa dei troppi laureati che affollano il Paese, come spesso si sente dire, visto che tra i nostri 25-34enni soltanto il 20,7 per cento è laureato contro una media europea del 33. Il dato di eccellenza è quello francese che sfiora il 43 per cento.

Alcune proposte sono state avanzate da Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, che commentando i dati ha parlato di tempi di formazione troppo lunghi e di una formazione che andrebbe accompagnata a esperienze di lavoro, con un riferimento specifico alla laurea triennale che dovrebbe diventrae un traguardo conclusivo del ciclo di istruzione. Roma ha parlato anche di ringiovanire le leve aziendali e di un piano tasse per andare incontro agli under 29: “Bisognerebbe detassare per un triennio le imprese costituite da almeno un anno da giovani sotto i ventinove anni”.

Se queste misure venissero applicate, saremmo già a cavallo…

Data: 19 maggio 2011

Mr. Cepu non farà il sindaco

polidori1Non ce l’ha fatta Mr. Cepu a diventare sindaco di Città di Castello, che l’ha visto nascere 65 anni fa. La municipalità del centro umbro va al centrosinistra, con il 51% dei consensi e oltre 6mila voti.
Francesco Polidori ottiene un modesto 12,23%, le sue liste con molti parenti e collaboratori mettono insieme circa 1.200 voti, con 629 per la sua creatura politica, il Federalismo democratico umbro (in cui candidava il nipote e il direttore marketing del Cepu). Le altre liste polidoriane sono andate maluccio: la eDemocracy capitanata dal figlio Pietro Luigi, grande appassionato di Internet, ha messo insieme 292 voti mentre  Noi donne e Nuova Forza Italia hanno raggranellato rispettivamente 424 e 281 consensi.

Non è andata meglio al parente e collaboratore (dirigente Cepu) Gianluca Polidori, in lizza nella vicina Borgo S.Sepolcro, sede degli affari di Mr. Cepu (dall’hotel il Borgo al quartier generale del Gruppo). Gianluca, pur essendo un straordinario venditore ed espertissimo di Programmazione neurolinguistica, ha convinto solo 363 votanti (3,61%) a votare per lui e per il Federalismo democratico unitario, variante del Fdu umbro perché com’è noto la cittadina è in Toscana.

E’ fallita malamente l’opa politica dei Polidori sui centri più importanti della Val Tiberina, ai cui cittadini aveva promesso di impiantare, anche qui, le facoltà ingegneristiche della propria università a distanza, l’eCampus di Novedrate.

Ma aldilà del dato politico locale, che comunque non era un semplice divertissement, a preoccupare ora Mr. Cepu è l’assetto nazionale: negli ultimi anni, Francesco Polidori ha stretto legami molto forti e pubblicamente rivendicati con Silvio Berlusconi, che esce un po’ ammaccato da questa tornata elettorale.

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PolidorFdu

Data: 17 maggio 2011

Volare Cepu

VoloCepuLa notizia della nascita, a Viterbo, dell’Accademia del volo Cepu ha suscitato qualche ilarità e dichiarazioni caute dell’Enac, l’ente che presiede alla sicurezza aerea dei nostri cieli.

Francesco Polidori, alias Mr. Cepu, è un imprenditore di razza e pratica il verbo della diversificazione del business, così che, oltre al core della formazione in diversi ordini e gradi e pure nella moda, si occupa di fotovoltaico, di mediazione civile, di tecniche di vendita e financo abilitazioni professionali da esportazione (Avvocati in Spagna).

Perché stupirsi se, ora, rileva una vecchia scuola di volo e ci mette il marchio? Anzi, prossimamente, non è improbabile che, essendo un mago dell’elearning, i suoi piloti li formerà a distanza (d’altra parte ci sono dei simulatori eccezionali in commercio!), magari appoggiandosi all’eCampus di Novedrate, dove d’altra parte sforna già ingegneri che possono progettare ponti dopo aver passato anni a studiare dal pc di casa.

Semmai, i suoi esperti di marketing dovevano consigliarlo di scegliere un altro momento per presentare la sua iniziativa aereonautica: in questi giorni, la giornalista Nadia Francalanci ha portato in libreria Paura di volare (Chiarelettere), un documento shock su quanti rischi si nascondano dietro le livree di certe compagnie aeree, dai pezzi di ricambio taroccati ai piloti senza brevetto. Una lettura che mette in brividi e che vi consigliamo.

Scegliere questa tempistica, espone l’azienda di San Sepolcro (con pacchetto azionario in Lussemburgo), alle battute malevole di qualche buontempone.

Ma forse il direttore marketing del Cepu, Maurizio Pasquetti, essendo candidato con lui nella lista di Federalismo democratico umbro-Fdu, era in tutt’altre faccende affaccendato. Oppure era impegnato con una sessione di esami a Novedrate essendo, nel contempo, anche professore di marketing in quell’ateneo.

Comunque sia, Polidori, uno che in genere le azzecca tutte,  per una volta, ha toppato.

Data: 7 maggio 2011

L’università dei genitori

di Claudia Cervini

genitoriLa Liuc apre le porte. Ma ai genitori.

Sabato 14 maggio alle 10 l’Università Carlo Cattaneo organizza un incontro di orientamento rivolto a mamme e papà delle future matricole. L’università dopo la riforma, il titolo della mattinata dedicata a istruire i genitori sulle scelte dei figli. A discutere delle opportunità, dei rischi, del sistema, a porsi le domande “giuste”.

Le domande che forse dovrebbero porsi i figli, gli studenti ai quali andrebbe presentata la riforma.

Ma di questi tempi, in cui in università, in collegio, si vedono sempre più studenti accompagnati (e non solo nel Belpaese), la  scelta della Liuc non è in controtendenza (leggi qui).

Quindi tutti a sentire il saluto introduttivo di Andrea Taroni, magnifico di Castellanza, la relazione di Michele Puglisi, direttore del Cared (Centro di ateneo per la ricerca educativo didattica e l’aggiornamento), su università e riforma e la presentazione dei corsi di laurea fatta da Valter Lazzari, preside della facoltà di Economia, Mario Zanchetti, preside di Giurisprudenza e Giacomo Buonanno, preside di Ingegneria.

Nella speranza che allo stesso incontro (o a quello successivo) si presentino anche i diretti interessati, gli studenti.

Data: 3 maggio 2011

Mr. Cepu, più atenei per tutti

polidoriFrancesco Polidori, 65enne, industriale della ripetizione con Cepu e Grandi scuole, fondatore di atenei con la telematica eCampus, è irrefrenabile.

Come scrive stamane ItaliaOggi, si è candidato a sindaco nella sua città natale, Città di Castello, mentre nella vicina Borgo S.Sepolcro (dove ha sede il gruppo Cepu), ha candidato il suo parente e strettissimo collaboratore, Gianluca Polidori.

Con loro, in lista figli, nipoti e dirigenti Cepu. Una sorta di opa politica sulla Valle Tiberina, malgrado un anno fa, la nascita del Federalismo democratico umbro-Fdu, rassemblement in salsa leghista (ma contestato dalla Lega), non fosse stata felicissima, tanto che non era riuscito a presentare le liste alle regionali.

Ma la cosa sorprendente è che, leggendo i  programmi elettorali dei Polidori’s, una delle primissime proposte è aprire una sede universitaria di eCampus, del cui indotto beneficerebbero le economie cittadine.

Chissà che cosa ne pensa il ministro Gelmini o  il neodirettore generale dell’Università, Daniele Livon.

E poi dove apriamo un altro eCampus: a Città di Castello o a Borgo San Sepolcro, che peraltro distano poche decine di chilometri?

Al Cepu non si fanno in genere problemi. Come ha rivelato il rapporto del Cnvsu – di cui parla diffusamente l’ultimo CampusPRO – le sedi di Roma e Massina sono state aperte con una semplice comunicazione a cui il Miur s’è guardato bene dal rispondere.

Leggi qui l’articolo di Italia Oggi

Data: 28 aprile 2011

Gelmini bacchettata sulle telematiche

Addio alla telematica normalizzata.

La Corte dei Conti, esercitando il controllo di legittimità sugli atti ministeriali, affibbia una sonora bacchettata alla Gelmini, “espungendo” dal Decreto programmazione 2010-2012, il celeberrimo articolo 6, quello che prevedeva appunto la trasformazione in università non statali tradizionali da parte di quegli atenei online che lo desiderassero.
Con un decreto dell’8 aprile scorso, la Sezione centrale presieduta dal giudice Pietro De Francisci ha ammesso al visto di legittimità tutto il provvedimento del Miur, a eccezione dell’articolo in questione.
Sgelmini1econdo la Corte, questo articolo “viola il principio della gerarchia delle fonti del diritto”, in quanto stabilisce criteri che, al contrario, devono essere introdotti da un apposito regolamento, quello previsto proprio dalle legge 286/2006, un milleproroghe, al comma 148.
Il ministero, presente alla precedente adunanza di merito, col suo direttore generale Marco Tomasi, aveva dovuto riconoscere subito la fondatezza del rilievo, manifestando la volontà di cassare l’articolo.
All’epoca dell’uscita del Decreto, l’ateneo principalmente indiziato della trasformazione era stato eCampus, università telematica legata al Cepu e che, pochi mesi prima, aveva inziato un programma residenziale, denominato Formula College. Da Novedrate avevano smentito, indignati. Ma le voci si erano ripetute quando un articolo della riforma universitaria aveva introdotto la possibilità di finanziamento ministeriale anche alle università a distanza, tanto che lo stesso Corriere della Sera aveva parlato “di aiutini agli amici del Cepu”.

Data: 24 aprile 2011

Università & ranking mondiali: veri o falsi?

di Claudia Cervini

pelizzettiEzio Pelizzetti, rettore dell’Università di Torino, non ci sta a vedere le università italiane come fanalini di coda dei ranking mondiali e già tempo fa, scrisse una lettera su come leggere queste classifiche basate spesso su parametri di confronto disomogenei e quindi non attendibili. La lettera alberga ancora sull’hompage dell’Unito (nella sezione “Dal rettore“) forse come monito o per rispondere a tutti i  ranking globali da qui a venire…Chissà se tra questi si trova anche la recente classifica partorita dal Qs world university ranking (di cui abbiamo dato notizia qui).

Nella lettura delle classifiche globali bisogna “tener conto dell’handicap con cui l’Italia si presenta al confronto”: il rapporto tra studenti e docenti e l’ammontare delle risorse disponibili non possono non essere considerati da chi stila questi ranking.

Infatti il Belpaese avrebbe un rapporto docenti-studenti (1-38) che è doppio rispetto alla media Ocse e un’allocazione di risorse pubbliche ridicola rispetto a quanto destinato a Università e ricerca da Usa e da molti Paesi europei. Dunque? Dunque “tale situazione accresce la necessità/urgenza che operi a livello nazionale un’agenzia come l’Anvur, in grado di valutare gli atenei con parametri condivisi e trasparenti”.

Il rettore continua citando un’altra classifica mondiale, questa volta virtuosa, “concepita utilizzando il sistema bibliometrico messo a punto nel prestigioso Karolinska Institute di Stoccolma“. In essa si valutano i prodotti della ricerca di circa 5mila atenei di 87 Paesi e: sorpresa…fra questi ci sono ben 15 università italiane (tra cui l’Unito…) che “hanno superato il livello alto di 5mila prodotti di ricerca tra il 2003 e il 2007.” E mettendo in relazione questo numero di pubblicazioni con la quota del Pil che i singoli Paesi destinano a Università e ricerca, queste scalerebbero la classifica portandosi in pole position.

Il rettore conclude con un’altro riconoscimento all’intelligenza made in Italy: “è già di per sé straordinario”, scrive il magnifico, “che i ricercatori universitari italiani siano in Europa al terzo posto per produttività scientifica”.

“Alimentare”, quindi, “un gioco al massacro contro l’università italiana”, basato oltretutto su dati fasulli, “si traduce in un gravissimo danno economico e di immagine per il nostro Paese”, senza considerare che riduce notevolmente l’attrattività degli atenei, penalizzando sia l’università che gli studenti. Parola di rettore…

Data: 23 aprile 2011
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