La foto di AlmaLaurea
AlmaLaurea dà i suoi numeri su laureati e mondo del lavoro. Il XIII Rapporto del Consorzio pubblico che rappresenta 62 università e il 77 per cento dei laureati del Belpaese e che ha indagato una popolazione di 191.358 ex studenti usciti dall’università nel 2010 punta i riflettori sul contesto di riferimento: tra neododottori pari soltanto al 20 per cento della popolazione (percentuale ben lontana dalla media dei Paesi Oced che viaggiano sul 35 per cento e lontana anche dalla meta del 40 per cento stabilita dalla Commissione europea entro il 2020), immatricolazioni in calo del 13 per cento negli ultimi sette anni e un’occupazione che, nonostante tutto, non si decide a ripartire.
Alcuni segnali positivi ci sono: crescono gli studenti-lavoratori (dieci laureati su cento hanno lavorato stabilmente durante gli studi) e le esperienze di studio e lavoro all’estero durante il percorso universitario (20 per cento tra gli specioalistici) e si accorciano i tempi del conseguimento del titolo: 39 laureati su 100 concludono il percorso nei tempi previsti.
L’indagine occupazionale di AlmaLaurea, che ha coinvolto invece 400mila laureati, non ha rivelato belle sorprese: la disoccupazione tra i laureati triennali a un anno dal titolo è al 16 per cento (di un punto percentuale superiore all’anno precedente), mentre tra gli specialistici è al 18 per cento, divario dovuto soprattutto alle numerose attività di formazione retribuita (praticantati, tirocioni e dottorati) che coinvolgono soprattutto i laureati +2.
Il settore che paga di più è, neanche a dirlo, quello medico: a tre anni dal titolo il 97,2 per cento dei laureati in Medicina e Professioni sanitarie lavora, all’estremo opposto troviamo invece il gruppo geo-biologico con solo il 47 per cento degli occupati. Altro fanalino di coda il settore chimico-farmaceutico con il 48,5 per cento degli occupati, mentre bene il gruppo economico-statistico (85,8 per cento) e architettura (85,8 per cento). Ingegneria si trova invece soltanto al quarto posto con l’84,7 per cento.
Si torna a parlare di bamboccioni, termine come si ricorderà coniato dall’ex-ministro Tommaso Padoa Schioppa, per indicare i giovani non più tanto giovani che vivevano ancora con mamma e papà. Il neologismo, con connotazione negativa era, già allora, ingeneroso nei confronti di tanti under 30 che, già alle prese con stage, tirocini, contrattini e magri rimborsi non riuscivano proprio a uscire dal nido familiare.
La fotografia arcigna scattata dall’Istat qualche giorno fa (di cui abbiamo dato notizia
L’Istat presenta a Montecitorio, per voce del presidente dell’Istituto Enrico Giovannini, il nuovo
“L’università non è un parcheggio, per lo più costoso…”, ha affermato Max Bruschi, consigliere del ministro Gelmini, raccontando a Campus la sua idea di istruzione e formazione.
Non ce l’ha fatta Mr. Cepu a diventare 
La notizia della nascita, a Viterbo, dell’Accademia del volo Cepu ha suscitato qualche ilarità e dichiarazioni caute dell’Enac, l’ente che presiede alla sicurezza aerea dei nostri cieli.
La Liuc apre le porte. Ma ai genitori.
Francesco Polidori, 65enne, industriale della ripetizione con Cepu e Grandi scuole, fondatore di atenei con la telematica eCampus, è irrefrenabile.
econdo la Corte, questo articolo “viola il principio della gerarchia delle fonti del diritto”, in quanto stabilisce criteri che, al contrario, devono essere introdotti da un apposito regolamento, quello previsto proprio dalle legge 286/2006, un milleproroghe, al comma 148.
Ezio Pelizzetti, rettore dell’Università di Torino, non ci sta a vedere le università italiane come fanalini di coda dei ranking mondiali e già tempo fa, scrisse una lettera su come leggere queste classifiche basate spesso su parametri di confronto disomogenei e quindi non attendibili. La lettera alberga ancora sull’hompage dell’