Giovani vittime. Ecco il perché.
“I giovani vittime della crisi” ha tuonato l’ultimo rapporto Istat. E perchè proprio loro?
Come riporta il Corriere della Sera, la fascia tra i 20 e i 34 anni è la più colpita dalla contingente crisi economica per cause molto chiare: la maggiore diffusione dei contratti di lavoro a termine (i primi a saltare) e la contrazione delle nuove assunzioni, stimata nel 20%. In più i salari di ingresso ristagnano in termini reali da quindici anni e a fronte di una ripresa lenta la tendenza sarà ad avere retribuzioni successive permanentemente più basse.
Il punto chiave? La differenza sempre più ampia tra insider e outsider, una differenza strutturale tanto che Pietro Ichino parla di “apartheid“. Aggravante è poi il deficit di rappresentanza che affligge il mondo dei giovani. Sindacati e partiti sembrano essere bravi solo ad emettere constatazioni e a fare gli interessi degli insider.
Che fare? “Il mercato del lavoro è da cambiare. Ma anche la formazione”, scrive sul Corriere Dario Di Vico. Oltre alla revisione del percorso formativo, Di Vico sostiene che sia necessaria una battaglia culturale che sradichi l’idea che un lavoro manuale sia in ogni caso da evitare. Insomma, in tempi di recessione la mentalità va adattata.
Ma sul lungo periodo, è veramente la più giusta la strada del “meno ambizioni e più buon senso”?

