Dov’era Celli?
“Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo”. Comincia così la lettera di Pierluigi Celli, direttore generale Luiss, al figlio e pubblicata da Repubblica. Una missiva, anzi un’invettiva sul Paese che non ha da offrire niente ai giovani di oggi. “È per questo che ti parlo con amarezza”, scrive Celli, ” pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio”. Celli motiva e ampiamente le ragioni del suo consiglio. Sono le stesse che scriviamo da un po’ dalle colonne di Campus. Viva Celli, dunque?
No. Perché Celli non ha purtroppo i titoli per lanciare questi j’accuse. Lo ricorda la firma in calce al pezzo e la qualifica sottostante (”già direttore generale della Rai“) che non abilita certo il direttore della Luiss all’utilizzo di questi toni.
Può infatti chi ha speso una vita dentro il sistema e ai più alti livelli, chiamarsene improvvisamente fuori?
Dov’era Celli quando in Italia si costruiva tutto questo? Quante volte ha detto “non ci sto”? Cos’ha fatto, concretamente, per sottrarsi, anche lui, alla costruzione di un’Italia chiusa ai giovani come quella che vediamo, in cui il merito è solo una parola buona a farsi pubblicità e in cui il futuro di tanti è appeso a un filo?
30 novembre 2009 alle 17:47
più che scrivergli poteva chiamarlo direttamente al telefono, come illustra questa cinica vignetta “generazionale”…
;-(
30 novembre 2009 alle 19:01
Hai ragione Giampaolo,
alla fine è un dinosauro anche lui.
http://www.youtube.com/watch?v=TxGJ6DFocyY
A presto
Mauro
2 dicembre 2009 alle 21:41
Celli con i suoi guadagni (quando entri nel giro non esci più) ha potuto mantenere il figlio all’università e non mi interessa quale…io da oggi sono disoccupato e non troverò d certo più lavoro..i miei figli dopo il liceo dovranno andare a lavorare e non potranno studiare nonostante il loro desiderio e le loro capacità…fuggire dall’Italia e chiedere asilo in Zambia,lì forse…
3 dicembre 2009 alle 12:28
Questo signore, che all’estero non credo abbia vissuto, piange in maniera ipocrita, essendo tra quelli che non hanno voluto (e non “potuto”) cambiare l’italia.
Io all’estero ci sono gia` finito, ho fatto questa scelta con tutti i sacrifici che comporta ma non ne sono pentito.
Quello che indigna e` che per i giovani italiani di valore non si tratta ormai piu` di libera scelta, ma di obbligo, a meno di voler passare una esistenza piena di rimpianti e frustrazione.
Il professor Celli non dovrebbe preoccuparsi troppo per il suo rampollo, per lui stare all’estero sara` come una bella vacanza pagata…..
3 dicembre 2009 alle 21:22
D’ACCORDISSIMO CON KELLAR
5 dicembre 2009 alle 12:23
[...] Ne parliamo anche qui [...]
23 dicembre 2009 alle 20:37
La lettera è un insulto per chi è, o sarà, costretto ad emigrare per necessità. L’autore invece non è emigrato affatto, perché in quarant’anni ha preferito incassare stipendi da dirigente Rai/Eni/Unicredit/Luiss ecc. con i quali può permettersi di mantenere il pargolo anche all’estero. Inoltre fa molto riflettere il fatto che l’università italiana, sia pubblica che privata, sia in mano a personaggi di questo genere.
27 novembre 2010 alle 07:35
Lettera che incoraggia ad andarsene in modo che chi comanda possa continuare a fare il bello e cattivo tempo e godersi la nostra Italia ricca di sole, mare e prelibatezze gastronomiche. Perchè io devo invece stare in Inghilterra sotto la pioggia e sorbirmi ogni giorno lo snobismo dei miei clienti inglesi che criticano il mio accento ancora italiano? Questa è una grande ingiustizia.