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Dov’era Celli?

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“Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo”. Comincia così la lettera di Pierluigi Celli, direttore generale Luiss, al figlio e pubblicata da Repubblica. Una missiva, anzi un’invettiva sul Paese che non ha da offrire niente ai giovani di oggi. “È per questo che ti parlo con amarezza”, scrive Celli, ” pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio”. Celli motiva e ampiamente le ragioni del suo consiglio.  Sono le stesse che scriviamo da un po’ dalle colonne di Campus. Viva Celli, dunque?
No. Perché Celli non ha purtroppo i titoli per lanciare questi j’accuse.  Lo ricorda la firma in calce al pezzo e la qualifica sottostante (”già direttore generale della Rai“) che non abilita certo il direttore della Luiss all’utilizzo di questi toni.
Può infatti chi ha speso una vita dentro il sistema e ai più alti livelli, chiamarsene improvvisamente fuori?
Dov’era Celli quando in Italia si costruiva tutto questo? Quante volte ha detto “non ci sto”? Cos’ha fatto, concretamente, per sottrarsi, anche lui, alla costruzione di un’Italia chiusa ai giovani come quella che vediamo, in cui il merito è solo una parola buona a farsi pubblicità e in cui il futuro di tanti è appeso a un filo?

Data: 30 novembre 2009

Coppola: Italia… patrigna

Francis Ford CoppolaSiamo un paese in cui i padri divorano i figli. Parola di regista e che regista. L’ italo-americano, Francis Ford Coppola, al Torino Film Festival per presentare l’ultima fatica cinematografica Tetro, ha parlato del nostro paese al quotidiano La Stampa: “Amo l’Italia ma mi rende triste. Non offre opportunità ai giovani. In giro per il mondo, persino in Messico o Guatemala, trovi ragazzi italiani che cercano occasioni di lavoro. Per avere un futuro ci vogliono buoni genitori alle spalle. I padri italiani, invece, sono come quelli dei miei film, vogliono tutto per se stessi, i soldi, le ragazze, il centro dell’attenzione. Sono addirittura capaci di rubare la fidanzata ai figli, come in Tetro†.

Affermazioni, quelle del regista del Padrino che fanno sobbalzare, se non altro per l’inconscia punta di orgoglio nazionale che è ancora viva in ognuno di noi, ma anche parole che fanno riflettere e pensare in modo istintivo alle tipologie di ‘padri’ nell’ Italia contemporanea.

I padri ‘di sangue’ che fanno di tutto per tenere le cose in famiglia e tramandare la loro ‘proprietà’ al figlio, padri per i quali non c’è spazio per i figli altrui, anche se bravi e talentuosi. La discriminante non è il merito, ma lo è il far parte del circolo dei parenti o degli amici stretti.

Poi ci sono i padri intesi come i maestri professionali, i ‘capoccia delle imprese’, i politici e i dirigenti, quelli che decidono a chi assegnare il posto in azienda, su quali persone puntare e a quali dare spazio, quelli che possono decidere se investire sui giovani e su quali, se allevarli, o spremerli con stage o contratti a progetto poco lungimiranti.

Le loro scelte sono attutite da altri padri ancora, i padri di famiglia che hanno fatto di tutto per assicurare ai figli l’ avvenire migliore e che si trovano a pagare le spese straordinarie dei loro stessi ‘bambini’ laureati, giovani, precari e insicuri con retribuzioni minime, che poi sono quelli che il ministro Padoa Schioppa aveva definito i bamboccioni.

Data: 20 novembre 2009

Phd squillo? Non in Italia

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Ha fatto scalpore, in Gran Bretagna, la storia di Brooke Magnanti, un bella, bionda trentaquattrenne di lontane ma chiare origini italiane.

La Magnanti ha raccontato di essersi a lungo prostituita per pagare il suo dottorato in Oncologia pediatrica.

”Sono andata letto con un numero di uomini che va dalle dozzine alle centinaia”. La storia era finita in un libro, Belle de jour, autobiografico ma che doveva rimanere sotto pseudonimo. L’identita’, al contrario, e’ venuta fuori e Brooke ha fatto outing col Sunday Times.

Dunque, oltre Manica ci si prostituisce per un phd.

Il solito autolesionismo italiano noterebbe subito che, da noi – dal mitico professore docente di diritto della navigazione a Camerino fino ai recenti casi di un ateneo lucano – c’è chi si è venduto anche per passare un esame.

In realtà, a voler esser cinici oppure sanamente provocatori,  la storia di Brooke segnala altro: in Gran Bretagna il dottorato conta qualcosa mentre in Italia e’ un titolo praticamente misconosciuto.

Da oltre un anno il ministro Gelmini ne ha annunciato la riforma sollecitando il coordinamento delle scuole di dottorato a fornire alcuni spunti. Cosa che è stata fatta da tempo.

Nel frattempo, oltre a inserire il phd in un documento Italia 2020, firmato a quattro mani con il ministro del Welfare, Sacconi, la Gelmini s’è dimenticata il dottorato. Non s’è capito, per esempio, perché non l’abbia contemplato nel ddl di riforma, visto che parla di reclutamento e di giovani ricercatori.

Eppure, ogni anno, formiamo migliaia di giovani alla ricerca per poi consegnarli a un mercato del lavoro per il quale quel titolo non ha nessun valore aggiunto rispetto alle lauree e ai master.  Senza dimenticare i dottori di ricerca che prendono le vie del precariato, negli atenei, nei centri di ricerca e nelle scuole. Un gigantesco spreco di talento e di risorse.

E questo mentre le nostre imprese, per la maggior parte piccole, ignorano cosa sia la ricerca e lo sviluppo, perdendo terreno giorno per giorno sui mercati.

Basterebbe davvero un piccolo sforzo per incentivare il dottorato per le imprese: aziende che si consorziano per avere alcuni dottorandi a fare ricerca.

Al contrario, il phd rimane una grande macina delle risorse umane migliori di questo Paese, un parcheggio, una perdita di tempo.

Fatte salve le convinzioni morali di ognuno, ultimamente niente per cui valga la pena prostituirsi.

Data: 18 novembre 2009

Laurearsi al tempo della crisi

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Dalla Gran Bretagna arriva una notizia da far paura: rispetto all’anno scorso, i neolaureati disoccupati sono aumentati del 44%, avete letto bene: quarantaquattro percento. Il dato fa il paio con un altro: il 7,9% dei laureati del 2008, a gennaio di quest’anno stava ancora cercando lavoro.
Peter Orszag, il direttore del Bilancio dell’amministrazione Obama, parlando nei giorni scorsi agli studenti della New York University, ha fatto un discorso molto chiaro agli studenti che affollavano l’aula magna della Wagner School: anche dopo la crisi ci vorranno anni, almeno 15, perché i salari ritorni ai livelli precedenti.

Secondo Orszag, che con i suoi 40anni è il più giovane collaboratore di Obama, chi si laurea quando c’è disoccupazione deve accettare salari più bassi di almeno il 6%.

In Italia, invece il punto dei giovani laureati senza lavoro non è all’ordine del giorno, né nell’agenda politica.

Eppure il problema esiste, anche se è vero che l’economia italiana, meno finanziarizzata di quella americana e britannica e con un sistema bancario meno compromesso, ha retto un po’ meglio all’urto della crisi.

Campus in edicola dedica alla questione un’ampia inchiesta, con le voci dei neolaureati raccolte in quattro grandi career-day da Nord a Sud (eccone un estratto da CampusTv)

E continueremo ad occuparcene aumentando lo spazio e l’attenzione a questi temi.

Data: 13 novembre 2009

Più tasse per tutti

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“(…) Avvertono gli studenti e le loro famiglie che, in assenza di una correzione della linea politica del Governo sul finanziamento alle università, che riduca in modo consistente i tagli al fondo di finanziamento ordinario, sarà necessario per gli Atenei procedere a deliberare sensibili aumenti della contribuzione studentesca”. Firmato Aquis, ovvero gli atenei eccellenti e con i conti in ordine, raggruppati nell’Associazione per la qualità dell’università statali italiane.

Università del calibro di Bologna, Padova, Politecnico di Torino, Tor Vergata, in un documento di commento al ddl di riforma Gelmini, scrivono a chiare lettere che si va verso un aumento delle tasse.

Gli atenei, si legge nel documento, “si impegnano a spiegare con una lettera agli studenti ed alle loro famiglie in modo puntuale e dettagliato le motivazioni di tale scelta, tanto dolorosa e spiacevole quanto inevitabile ed obbligata”.

L’idea che era circolata nel mondo accademico un po’ di mesi fa era che la riforma su governance e reclutamento potesse essere “scambiata” con un rientro dei tagli previsti proprio dal 2010. Si è persino diffusa la notizia che le risorse per far rientrare i tagli fossero state individuate fra l’ingente tesoretto dello scudo fiscale.

Per questo, in generale, la maggioranza dei rettori italiani ha accolto con favore il contenuto della riforma.

Ma, a parte l’assenza di impegni formali da parte del ministro, questa speranza si infrange nelle determinazione di Giulio Tremonti.

L’unica promessa formale l’ha fatta, proprio dalle colonne di CampusPRO, il senatore Valditara (aennino del Pdl), che ha garantito un emendamento alla futura Finanziaria, dell’ordine di circa 500 milioni: quanto basterebbe per aprire le aule e non bloccare le lezioni nel nuovo anno solare.

L’impressione è che la soluzione, se sarà trovata, arriverà in dirittura d’arrivo dell’iter parlamentare.

Intanto, nei rettorati, si preparano le missive per gli studenti e le loro famiglie: si tratterebbe di aumenti davvero consistenti, forse dell’ordine del 100%, come aveva sostenuto, tempo addietro, la Voce.info e come spesso preconizzato dal bocconiano Giavazzi.  Da gennaio le lettere potrebbero arrivare nelle case di chi ha i figli all’università.

Con una problema di ordine politico: un governo nato sullo slogan “meno tasse per tutti” presenterebbe un conto piuttosto salato a 1,6 milioni di famiglie italiane.

Data: 11 novembre 2009

Per sempre giovani?

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“Per sempre giovani”, cantava in un vecchissimo disco (Ullalla, 1976) l’intramontabile Antonello Venditti.

Potrebbe essere la colonna sonora di Young Blood, l’iniziativa di Next Exit, sponsorizzata dal ministro della Gioventù, Giorgia Meloni.

Young blood ha realizzato un annuario dei giovani talenti della moda e del design che si sono fatti valere nel mondo. Con un piccolo neo:un terzo dei creativi premiati, come avvertono le cronache, ha più di 35 anni. Nelle foto pubblicate si vede pure un fotografo di 39.

Ora, siamo i primi, a Campus, a dire che l’Italia non è un paese per giovani,  che l’ascensore sociale s’è rotto e tutto quello che ne consegue, però se consideriamo giovani gli over 35 non ne usciamo più…

Anche la Meloni – di cui siamo fan personali, per quanto di buono sta costruendo – sbaglia quando avalla questa idea o, almeno, non ne sottolinea il limite.

Siamo il Paese dove, seguendo il tg, si può sentire dare del “giovane” o, peggio, del “ragazzo” – come scrisse l’Unità della Serracchiani, avvocato 39nne – a chi vede da vicino i quaranta.

E la fine del dinamismo sociale nel nostro Paese, il pregiudizio “bamboccioni”, è figlia anche di questa mentalità.

Per la cronaca, il nostro ministero del Lavoro considera giovane “la persona di età compresa fra i 19 e i 25 anni, oppure fino a 29 se laureata”.

Data: 5 novembre 2009
Campus
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