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Magnifico rigore

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Ieri il Senato accademico della Statale di Milano ha sanzionato duramente due studenti di Lettere, appartenenti ai Collettivi. I due, tempo addietro, avevano organizzato una partita di calcetto nei chiostri di Via Festa del Perdono.

Una goliardata che però varrà ai due la sospensione dalle attività accademiche. Il rettore Decleva ha ricordato che, mentre è fatta salva la libertà di espressione degli studenti,  “si puniscono i comportamenti impropri”. Il tutto in applicazione del nuovo regolamento di ateneo.

Un provvedimento davvero duro che ha un alto valore simbolico, essendo Decleva, presidente Crui,  il rettore dei rettori.  Forse troppo duro. Sanzioniamo i comportamenti violenti, non la goliardia.

Anche perché, allora, la politica del rigore dovrebbe calarsi in toto su tutta la comunità universitaria.  E chi potrebbe dire, in questo caso, che i docenti che non si fanno trovare ai colloqui, che ritardano (o non si presentano) a lezione, che cinguettano da un tavolo all’altro in una seduta d’esame mentre il candidato ha i sudori freddi, siano meno censurabili dei due “impropri” calciatori?

Campus di ottobre, a questo riguardo, offrirà un campionario non di poco conto.

Data: 30 settembre 2009

Se anche Cepu inaugura

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C’era una volta l’inaugurazione dell’anno accademico. Oggi, con le discusse e discutibili università online, si passa alla “presentazione” dell’anno.

Forse, in quanto le open universities de noantri sono aperte tutto l’anno.

O forse per non fare arrabbiare gli altri atenei, soprattutto quelli che hanno secoli di inaugurazioni alle spalle.

Quale che sia il motivo, anche all’ateneo del Cepu,  la pubblicizzatissima università eCampus di Novedrate (Como), hanno scelto di presentare e non inaugurare.

E’ accaduto ieri, nell’ex Ibm di Novedrate, sede anche di altre attività Cepu, come la Bertrand Russel University all’Ateneo Formass, il polo formativo televisivo, una volta ubicato a Cinisello Balsamo.
Il fatto nuovo è che a Novedrate, ad ascoltare l’introduzione del rettore, Lanfranco Rosati, e la lectio magistralis del prof. Giuseppe Benedetto Portale, ordinario di diritto commerciale presso l’Università Cattolica, c’era Valentina Aprea, presidente della VII  commissione “cultura, scienza e istruzione”, e a lungo in predicato di fare il ministro forzista dell’Istruzione prima, e il sottosegretario della Gelmini poi, dovendosi accontentare poi del solo incarico parlamentare.
Se una quasi ministro va ad inaugurare l’anno del Cepu, è segno che le cose per il patron del gruppo, il poliedrico e instancabile Francesco Polidori,  si mettono bene.

Resta da capire se si mettono bene per l’università italiana tout-court.

Data: 26 settembre 2009

Wired e la meritocrazia

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Bello Wired, nella versione italiana di Riccardo Luna. Dopo un esordio incerto, il mensile ha preso una sua netta fisionomia e racconta storie accattivanti di innovazione.

Quando le cose vanno bene, però, subito si palesa il rischio di strafare. Ed ecco che, all’ottavo numero, Wired detta la linea al Paese, pubblicando un Manifesto per l’iSchool partorito da Giovanni Floris.

Ad abilitare al compito il padre di Ballarò – oltre gli otto anni di conduzione della trasmissione di successo – è l’aver dato alle stampe, sul tema educazione, libri come Mal di merito e La fabbrica degli ignoranti, editi da Bur Rizzoli.

E Floris scrive, nel documento, cose condivisibili, soprattutto sul fatto che l’istruzione in Italia non consenta una forte dinamica sociale.

Citando anche dati Ocse, Floris mostra come in Italia l’ascensore si sia rotto e come il censo dei padri influisca sul futuro dei figli.  L’elasticità del reddito, come la chiamano gli studiosi, è di 0,48 in Italia mentre nei paesi nordici è sotto lo 0,2.  Oppure, scrive ancora, da noi solo 3 figli di operai su 100 diventano dirigenti.

Tutto vero, compreso l’autore che, avendo alle spalle il Classico e una laurea in Luiss,  è proprio figlio dell’Italia del reddito poco elastico.

Tornando a Wired, però, stupisce leggere un Manifesto che ha queste basi argomentative per poi trovare, poche pagine più avanti, un inno a un giovane imprenditore che di cognome fa Rothschild.

“Questa è la storia di come Davide de Rothschild“, si legge nell’attacco, “erede di una delle famiglie più ricche del mondo, da rampollo viziato  si sia trasformato in un convinto ecologista” e si racconta di come si sia messo in testa l’idea di fare un catamarano di bottiglie in plastica, il Plastiki appunto.

Quindi manifesti, meritocrazia e tutto quel vogliamo, per rendere questo mondo – non solo l’Italia – più equo. Però un minimo di coerenza nelle scelte redazionali non guasterebbe. Oh no?

Data: 25 settembre 2009

Quanto pesa il giudizio degli studenti

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“Rapporto tra il numero di insegnamenti per i quali è stato richiesto il parere degli studenti ed il numero totale di insegnamenti attivi nell’a.a. 2007-08”: in questa breve formula c’è tutto il peso della valutazione studentesca in Italia. Compare nella griglia che riepiloga i criteri di assegnazione del fondo di finanziamento, la quota parte “meritocratica” del sostegno statale che arriva agli atenei italiani.

“Per il calcolo dell’indicatore”, aggiunge l’anonimo estensore, “si rapporta il valore specifico con quello mediano”.

I criteri di attribuzione di questo fondo, resi note a fine luglio, con grande entusiasmo da Mariastella Gelmini, sono tornati di recente alla ribalta, perché un dossier pubblicato recentemente dalla University Press dell’ateneo di Macerata (certamente uno dei penalizzati) li attacca pesantemente. Non solo il rettore di quell’università, il professor Sani, durante la presentazione del documento, è arrivato a paragonare il ministero a Superciuk, personaggio della famosa striscia anni ‘70, Alan Ford che, oltre a rubare ai poveri per dare ai ricchi, aveva il vizio di alzare il gomito.

La quota, che vale com’è noto circa 550 milioni di euro, assegna alle performance delal didattica circa un terzo delle risorse, pari 177,99 milioni.
La valutazione della didattica da parte degli studenti ha un peso di 0,20 che rappresenta un quinto degli altri criteri, ossia numero docenti di ruolo in rapporto agli insegnamenti, rapporto fra i scritti e rendimento degli studenti (calcolato in crediti), rapporto fra monte crediti delle discipline insegnate e crediti ottenuti; percentuale di occupazione a tre anni dalla laurea rapportata alla media della propria area geografica (Nord-Ovest, Nord-Est, Centro, Sud e Isole).
La valutazione nella valutazione (che incide quindi solo sul 7% delle risorse complessive) resta quindi sostanzialmente al palo.
Non solo, viene preso in esame semplicemente la quantità del processo, vale a dire gli insegnamenti per i quali si è attivata la procedura, senza soffermarsi minimamente sugli aspetti di comunicazione degli esiti, che pure sono previsti da una norma, il Decreto ministeriale n.544/2007, all’articolo 2.
Francamente da un ministro che, a ogni piè sospinto, afferma di voler riformare in senso meritocratico la nostra università ci si aspettava un po’ più di coraggio. Soprattutto, visto che ci si richiama spesso all’esperienza accademica statunitense come modello, Gelmini poteva coerentemente importare l’esperienza dei temutissimi faculty course quaestionnaires, i moduli di rilevamento della soddisfazione dello studente, in relazione alla qualità dell’insegnamento.

Sul tema della valutazione della didattica da parte degli studenti, Campus riprenderà, anche per quast’anno accademico, la campagna di sensibilizzazione che è approdata anche su Facebook.

Leggi anche Se il Mangnifico dei Magnifici glissa sulla trasparenza.

Data: 23 settembre 2009

Incivili in ateneo

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Uso del cellulare durante la lezione, abbigliamento inappropriato, ascolto dell’iPod, lettura di giornali mentre il prof spiega, perfino le minacce: sono alcuni dei comportamenti più incivili degli studenti universitari inglesi secondo una ricerca condotta da Paula Rivas della Edge Hill University, che ha intervistato 57 docenti del corso di laurea in Infermieristica.

A darne notizia è il Times Higher Education di ieri.

Al top della maleducazione in aula ci sono l’uso del cellulare (94,8%), di poco sopravanzato dalle chiacchiere durante la lezione (97,1%). L’entrata in ritardo raccoglie il 91,4% delle segnalazioni, il messaggiare col telefonino il 90,9; l’essere impreparati il 90,3. Preparare i libri per l’uscita prima del tempo è censurato nel 85,2 dei casi e l’apparire annoiati o apatici raccoglie il fastidio dei docenti nel 82,4 e per cento dei casi.

Seguono, secondo le interviste ai docenti, l’addormentarsi durante le lezioni (63% delle risposte), la lettura dei giornali (40%) , mentre il linguaggio insolente ricorre nel 27 per cento delle testimonianze. Sei docenti su cento parlano di studenti che minacciano altri compagni di corso.

Ma il primo post di commento, sul sito del giornale, rovescia la questione, soprattutto riguardo all’uso del telefono:  “Faccio workshops per alcuni docenti”, spiega Jonhatan Baldwin, “e posso dire che hanno lo stesso comportamento”. E suggerisce un comportamento “incivile” da aggiungere alla lista studentesca: “Uscire per una pausa e non tornare”.

Se anche gli inglesi fanno i maleducati in aula, quali risultati potrebbe dare un’analoga inchiesta in Italia? A Campus di ottobre la risposta.

Data: 18 settembre 2009

L’Italia dei test di Medicina

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“Sono un medico, madre di una partecipante al quiz d’ammissione svoltosi il 3 settembre”: inizia così l’accorata missiva ai giornali di un genitore. A tema, ancora una volta, i test di Medicina. La mamma-medico rivela che “almeno una delle risposte del quiz è indiscutibilmente sbagliata”. Si tratterebbe del quesito numero 54. Citando trattati medici, la signora documenta il clamoroso errore degli esperti del ministero.
E poi apre il cuore: “Tenete presente”, scrive, “che per l’alto numero di partecipanti e la difficoltà dei test, anche una sola domanda considerata errata fa perdere la possibilità di essere ammessi. Ci sono migliaia di ragazzi che forse non entreranno a medicina per l’incompetenza e la superficialità di chi ha compilato questi test”.
La lettera, aldilà del merito della protesta, apre uno squarcio sull’Italia inchiodata, dove ormai tutti fanno il mestiere dei padri (e delle madri), perché non ci sono altre chance.
E siamo pieni di medici e dentisti che fanno pazzie e che si indignano, s’inalberano, protestano, affinché il bambino superi il maledetto test e il radioso futuro gli si apra, garantendogli lavoro, danaro, status sociale. Probabilmente anche spendendo, a questo scopo, il loro capitale di conoscenze e relazioni professionali. Se non, come ha fatto qualcuno in passato (ma anche a questo giro una banda è stata sgominata), pagando migliaia di euro per avere le soluzioni in anticipo.
L’anno scorso, in un paio di sedi, medici di mezza età si erano iscritti ai test, confidando di poter dare una mano al figlio cui, per effetto del medesimo cognome, sarebbero finiti vicini durante la prova.
Alla Cattolica di Roma non avevano mangiato la foglia e avevano messo in quarantena un plotoncino di senatori, a fare il test in solitaria, lontano dai pupi.
Se l’Italia non rimette nell’agenda politica la mobilità sociale e la necessità di creare, per i giovani, un accesso autentico al mondo delle professioni e del lavoro, questo Paese declinerà sempre di più, zavorrato dalle corporazioni.

Data: 11 settembre 2009

Il taglio degli appelli fa discutere

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Il tema del taglio degli appelli, lanciato a luglio sul Sole 24 Ore da Giacomo Vaciago della Cattolica e discusso da questo blog, torna suscitare interesse. Forse perché, col nuovo anno, in molti atenei la ricetta potrebbe essere adottata.
Sul gruppo Facebook della stessa Cattolica (oltre 4.300 membri), il post di Campus.it, inserito in bacheca, ha registrato alcuni contributi.

Francesco, ad esempio, è più vaciaghiano di Vaciago: “L’Italia è un paese molto sui generis da questo punto di vista… quattro sessioni d’esame ogni anno, almeno otto appelli, facoltà di rifiutare il voto quando più fa comodo, anni e anni di fuori corso, etc.”. E conclude: “Magari è un pò estrema come iniziativa, ma ritengo vada nella direzione giusta!”.

Gli fa eco Pierquinto, uno dei fondatori del gruppo stesso. Contrarissimo: “Bisogna ricordarsi che a sostenere gli esami ci sono persone! persone che vivono, s’innamorano, stanno male, fanno incidenti… e altre mlioni di cose che possono fargli saltare appelli o rendere di meno…”. E poi, prosegue, “sappiamo tutti che inserirsi nel mondo del lavoro in ritardo è sempre più difficile, quest’idea peggiorerebbe solo le cose…”.

In un post successivo è ancora lui a precisare il concetto: “Mi permetto di considerare l’organizzazione dei corsi: in Giurisprudenza e Scienze Politiche”, osserva, “gli esami sono 6 o 7 annuali e vanno dai 9/10 ai 15 crediti, in Economia invece sono semestrali, ma in numero maggiore e vanno dai 4 ai 9 crediti al massimo. Ovviamente per la natura dei corsi Giurisprudenza e Scienze Politiche hanno in prevalenza esami orali, mentre Economia esami scritti”.
Va più per le spicce Alessandro: “Il taglio degli appelli è una boiata… soprattutto quando devi dare otto esami in un anno!!!! Non facciamo i moralisti tanto qualche appello in più fa solo bene”. E lancia una frecciatina ai docenti: “Ovvio”, scrive, “per i professori è ottimo visto che così da luglio a settembre fanno tre mesi di vacanze pieni sotto il solo”.
Il dibattito prosegue. Neno appelli per favorire il merito? O per altre ragioni?

Data: 10 settembre 2009

Obama, studiate per aver successo

“Alcune tra le persone di maggior successo nel mondo hanno collezionato i più enormi fallimenti”. Lo spiega Barak Obama, nel discorso indirizzato oggi agli studenti americani.

Il presidente ha ricordato come “il primo Harry Potter di JK Rowling” sia stato rifiutato dodici volte prima di essere finalmente pubblicato e che la stella Nba, Michael Jordan, valuti positivamente gli errori commessi: “Ho fallito più e più volte nella mia vita. Ecco perché ce l’ho fatta”, dice l’ex leader dei Chicago Bulls.

Per Obama “nessuno è nato capace di fare le cose, si impara sgobbando”. E invita a darsi da fare in aula per avere successo nella vita.

Data: 8 settembre 2009

Se col test gli atenei fanno Bingo

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Test, test ancora test. Oltre quelli nazionali – Medicina, Odontoiatria, Architettura, Scienze della formazione primaria – spuntano come funghi, localmente, in ogni ateneo. Sempre più obbligatori, anche se non selettivi. Si dice che servano ad orientare lo studente, a evidenziarne i gap nella preparazione, specialmente in Matematica e nelle Lingue, consentendo agli interessati di avere informazioni utili su come attrezzarsi per riparare e all’ateneo di sapere se, per esempio, sia il caso di organizzare pre-corsi o lezioni di recupero.

Sorge il dubbio, però che il ricorso forsennato al test d’ingresso non celi anche il desiderio di fare cassetta di qualche università. Sì perché la prova richiede sempre una tassa. Le amministrazioni  dicono, genericamente, che le spese sono ingenti ma, con questi numeri, i ricavi volano.
Al Politecnico di Milano, si affacciano alle prove qualcosa come 13.649, con un incremento del 13% rispetto al 2008 (+ 19 % del 2007).

“Un Jackpot vincente per l’Ateneo, che sarà però incassato dalle future matricole in cerca di un posto di lavoro sicuro e soddisfacente”, aveva commento, trionfante, una nota stampa dell’università, nei giorni del tormentone del Superenalotto.

Ma forse il jackpot il rettore Ballio l’ha vinto davvero: a 50 euro cadauna (sarebbero stati 30, se svolti online fra marzo e luglio, ma non per i numeri chiusi nazionali come Archittura), le migliaia di aspiranti matricole hanno versato nelle casse della sua amministrazione migliaia di euro: 682.450 euro, se tutti avranno sostenuto le prove, in presenza o online a settembre, un po’ meno se qualche studente più diligente ha voluto portarsi anticipare fra primavera e luglio scorso.

Comunque una cifra iperbolica, superiore a qualsiasi ipotesi di copertura costi.

Quanti saranno realmente i danari in sovrappiù e come verranno utilizzati?

C’è da augurarsi a favore degli studenti magari, perché no, per offrire corsi di preparazione al numero chiuso, in genere affidati alle associazioni studente più diligenti.

Data: 3 settembre 2009

I furbetti della laurea

Furbetti della laureaBucarest, Madrid e Parma: cosa lega queste tre realtà geografiche? A prima vista nulla, scavando un poco troviamo la cara vecchia università, nelle vesti di filo conduttore. Quest’ultima si è evoluta giungendo talvolta a prestare al pubblico la sua faccia distorta, dove spesso si arriva al massimo risultato (il titolo) con il minimo sforzo. La variante impazzita che scombussola il sistema è ancora una volta il denaro, pubblicizzando l’equazione: “Pago – minimizzo i miei sforzi – ottengo ciò che voglio con la strada più semplice”. La qualità che ne pensa?

Da Leggo del 2 settembre arriva la notizia che la facoltà di Medicina e chirurgia “Carol Devila” di Bucarest è aperta a qualsiasi studente europeo, dato che le lezioni sono in inglese. Qui interviene la Nextmed Office (www.nextmedoffice.com) che offre corsi di lingua per gli italiani, aiuto logistico e per l’iter burocratico per l’iscrizione. Insomma, l’intervento di tale società offre un supporto totale durante gli anni dell’università. Piccoli particolari: si frequenta in Romania e si paga il servizio. Quanto? Il sito dice che le cifre saranno concordate dopo l’analisi di ciascun caso.

Il secondo fenomeno è quello che ci riconduce in Spagna: è il più famoso, il più pubblicizzato e per certi versi il più astuto. Campus Blog ne aveva parlato l’11 luglio scorso (http://www.campus.it/blog/2009/07/11/cepu-ole-avvocati-facili/): Cepu interviene nell’abilitazione professionale d’avvocato. Troppo complicato l’iter italiano, vi vendiamo l’alternativa meno faticosa. Con l’aiuto del tutor ci si iscrive all’albo degli avvocati spagnoli. Tre anni di attività ed è fatta, esame di Stato italiano aggirato. Dei costi non è dato saper nulla, per quello serve contattare Polidori and company. In seguito è emerso che la brillante intuizione non è solo figlia di San Sepolcro, ma esiste un florido mercato: www.omologazionetitoli.it, www.titolispagna.com, www.avvocatoinspagna.com, www.e-assistenzalegale.com e www.eurolaurea.com sono alcune delle associazioni che sfruttano il medesimo trucchetto.

In ultimo, dalla cronaca parmense, rimbalza la notizia a riguardo dell’Associazione studentesca San Tommaso D’Aquino della provincia di Parma, che si ricollega agli altri due episodi (http://www.campus.it/blog/2009/01/21/parma-perquisite-sedi-di-unassociazione-universitaria/): quattordici indagati per associazione a delinquere finalizzata alla truffa. Il gruppo parmense, sotto cospicuo pagamento, svolgeva attività tecnica, legale, logistica e burocratica per gli studenti, desiderosi di studiare presso corsi di laurea italiani ed esteri, come ad esempio l’Università Tito Maiorescu, ateneo rumeno. L’ultima notizia in rete è datata 7 marzo: l’inchiesta non è giunta ad una conclusione, il preside della “San Tommaso D’Aquino” ha dato le dimissioni e il sito dell’associazione (www.unitommaso.it) non è più funzionante.

Data: 2 settembre 2009

Lo stage? A pagamento

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Se per i giovani neolaureati italiani c’è l’incubo degli stage sempre meno retribuiti o rimborsati, fino ai mitici buoni pasto, negli States l’internship, come si chiama il periodo formativo all’interno delle aziende, non solo è gratuito ma c’è da pagare un’agenzia che lo procuri.

Come ha scritto il New York Times nei giorni scorsi, le principali società del settore, come la University of dreams (un nome, un programma), o la Internship.com offrono stage in primarie società, della durata di circa un mese, spesso in Europa, a 8mila dollari (5.588 euro). La cifra è comprensiva di alloggio, vitto (in parte) e altri servizi.

Internship.com – 45 addetti in 13 città che collocano 1.600 studenti all’anno -  ad esempio, propone  otto settimane a New York City, con sistemazione, “cinque pasti alla settimana” ma anche “ seminari e tour nella Grande Mela”. In vetrina ci sono anche un mese a Londra per 9.450 dollari o il Costa Rica a meno di 6mila.

Con la University of Dreams si può anche volare a Barcellona e scegliere se fare 40 giorni circa  alla Edelman (comunicazione), alla BOPAA Arquitectura (architettura) o, ancora, alla catena di alberghi Eurostars Grand Marina, per “soli” 7.999 dollari.

Attenzione però a scegliere bene il corso o a chiarirvi le idee in partenza: l’Ateneo dei sogni chiede 35 dollari semplicemente per esaminare la vostra domanda. Molti meno dello Washington Center, una non profit che esige 60 dollari per application ma potrà offrirvi un internship di 10 settimane ad Amnesty International o all’Ambasciata del Canada per  5.195 che salgono a 8.653 se si desidera anche l’alloggio, come fa il 90 per cento degli studenti.

Secondo il New York Times, le internship a pagamento stanno conoscendo un piccolo boom grazie alla crisi: molte famiglie le considerano un investimento complementare rispetto a quello degli studi. La speranza, per molti, è di rafforzare il curriculum, ottenere contatti e mettersi in mostra, per un’ulteriore opportunità l’anno successivo, se non per un colloquio di lavoro.

Le aziende ospitanti, che non pagano un cent alle agenzie, sono ovviamente molto collaborative. Come ha spiegato al quotidiano Sarah Cirkiel, ceo della  Pitch Control Public Relations, che in quattro anni ha concluso 20 internship con la University of dreams: “Rendono il processo di ricerca e selezione molto più semplice”, ha detto.

Negli career service degli atenei, c’è chi storce il naso: se è vero che le agenzie riescono a collocare anche gli studenti delle università meno blasonate, colmando un gap storico, si scava un altro solco fra chi può permettersi un simile esborso e chi no.

Curiosità: a firmare l’articole era Gerry Shih, uno stagiaire. “Pagato” ha specificato, accanto alla firma, il quotidiano newyorchese.

Infine una domanda: quanto impiegherà questo mini-trend a fare capolino anche in Italia?

Data: 1 settembre 2009
Campus
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